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domenica 26 agosto 2018

E' nata Matilde Maria


Mancava davvero poco. Quante volte le ho detto questa frase, manca poco... e alla fine, a forza di ripeterlo, vero fu. Alla faccia di quello che mi aspettavo. E che si aspettavano anche i medici. Sì, perché il parto programmato prevedeva qualche giorno in più di attesa. La nostra secondogenita doveva nascere la prossima settimana. Ma puntuale come un orologio svizzero, anche lei ha rotto le acque di notte e quasi allo stesso tempo della sorellina: 38 settimane e sei giorni.
Et voilà: alle 6.46 viene alla luce Matilde Maria. Con un peso di 3 chili e 440 grammi e un'altezza di cinquanta centimetri.
Ma andiamo con ordine.
Venerdì sera, dopo aver lavorato in redazione fino alle 18.45, volo verso casa. Prima del solito arrivo a destinazione. Chiedo ad Alessandra se sta bene e se ci sono incombenze casalinghe. Avendo avuto esito negativo le mie domande, mi prendo qualche minuto per una corsetta serale. Da qualche tempo ho deciso di dedicare del tempo a me stesso attraverso l'attività fisica. Una passione, quella della corsa, che sta nascendo un po' per necessità (chili di troppo ed eccessiva sedentarietà), un po' per virtù. E' un'attività fisica che genera un piacere incredibile, anche ad un neofita come me.
Quella sera riesco a correre appena per un chilometro ma faccio in compenso una lunga passeggiata per le vie del quartiere. Rientro dopo circa un'ora. A casa l'atmosfera è tranquilla. Ceniamo e ci mettiamo in salotto a guardare un po' di tv. Nessun film o serie. Ci dirottiamo su Youtube per la visione di video musicali. In realtà rivediamo un po' di filmati familiari caricati sul nostro canale. Per concludere la serata regalo a mia moglie quello che lei (non) ama: gli inni politici. Concludiamo la serata intorno alle 23 con O cara moglie.
Qualche minuto (per me una manciata di secondi)  per addormentarci... Alle 3.03 Alessandra mi chiama: "Giovanni, Giovanni..."
Capisco immediatamente che c'è qualcosa che non va. Di solito mi chiama con un sussurrato: "Amore". Dissimulando il timore che aleggia sopra il mio stato di coscienza, emetto un suono che somiglia a un "dimmi". "Giovanni, ho rotto le acque". Lo ripete subito dopo: "Giovanni, ho rotto le acque". Pochi secondi, attimi che mi sono sembrati eterni, hanno saputo generare in me come risposta una domanda tanto breve quanto straordinaria: "Sei sicura Ale?".
Io stesso ero consapevole della domanda del cavolo che le avevo fatto. Ma non contento della performance proseguo con un: "Può essere un po' di pipì visto che la bimba spinge verso il basso?". A quel punto ho visto la versione di Kazzenger prendere forma nella stanza da letto. Alessandra non mi risponde inizialmente. Va in bagno. E la sento chiamare sua madre: "Mamma ho rotto le acque". Capisco che c'è poco da fare. Mi alzo, mi vesto. E comincio a pensare dove ho lasciato la macchina. Ringrazio di vero cuore il sistema OnStar di Opel che con un App ti trova immediatamente l'auto.
Saliamo in auto e vedo lo sguardo impaurito di Alessandra. "Amore sta tranquilla. Io sono tranquillo". Le dico parole false ma devo fingere. A questo punto, per dissimulare il terrore, aggiungo un altro passaggio: la musica. Per Rosa Maria avevamo preparato una compilation dell'attesa su cd: Beatles, Beach Boys, Eagles, Queen, Battiato, Battisti... Per Matilde ci siamo molto affidati a Spotify. Ma in quel momento non c'era il tempo di connettere il telefonino. E così via di radio. Mai l'avessi fatto: ad accompagnarci nel tragitto è stato il brano La cintura di Alvaro Soler. Non so se mia figlia me lo perdonerà mai. Ma così capitò. L'ultimo brano prima di uscire dalla pancia della mamma che ha sentito è stato:

Il suo vestito di seta
Scalda il mio cuore
Come in una telenovela
Alla televisione
Mi avvicino a te
Balliamo, giochiamo
Avvicinati


Come ho potuto: Matilde perdonami.
Ciò nonostante, arriviamo in ospedale. Entriamo al pronto soccorso del reparto di ginecologia con valigia al seguito. Confusi più che mai, Alessandra inizia a bussare a tutte le porte. Con un particolare non di poco conto: non aspettiamo l'apertura di nessuna porta o la risposta di alcuno. Mi sento dentro il film Amici miei. Saliamo così al secondo piano. Alessandra suona direttamente alla sala operatoria. Penso tra me e me che ormai è lanciatissima. Il prossimo passo è quello di mettere la bandiera sull'edificio e occupare l'intero reparto.
In realtà dalla sala operatorio sbuca fuori un medico che ci invita a rasserenarci e tornare giù per il normale iter. Io smarrito seguo Alessandra che continua a dirmi di avere rotte le acque. Io cado nel silenzio metodico. Una non meglio precisata infermiera/ostetrica/dottoressa... ci accoglie e ci chiede perché abbiamo bussato e siamo andati via. Io guardo per terra e mi concentro sull'impenetrabilità dei corpi. Alessandra riesce rispondere ad ogni domanda. Domanda intervallate da schiaffi che la non meglio precisata infermiera/ostetrica/dottoressa si continua a dare sulle braccia e le gambe sin dal nostro arrivo.
"Troppe zanzare", dice. Io per dimostrare un minimo di empatia sorrido. Ma forse l'avevo  infastidita. E così comincio a grattarmi anch'io delle inesistenti punture.
Dopo qualche istante di sorrisi e convenevoli ci dice: "Ah, ma qui forse posti non ce ne sono". Torno con lo sguardo fisso sul pavimento. Poi incrocio gli occhi di Ale e le dico: "Stai tranquilla, sarà il posto migliore per noi". La non meglio precisata infermiera/ostetrica/dottoressa ci dà solo due posti alternativi ed io cado in uno stato di frustrazione profondo.
Arriva il medico della sala operatoria e in poco tempo risolviamo tutto. Lui è molto tranquillo e ci trasmette serenità. Abbiamo ripetuto una ventina di volte che Alessandra aveva rotto le acque. Ma lui era imperturbabile.
Alessandra entra quindi per degli esami pre-parto. Io resto fuori dalla porta per venti, trenta, quaranta minuti, un'ora, due ore... Comincio a credere in una sua fuga. Ad un certo punto arriva una dottoressa e mi dice: entri a salutare sua moglie sta per entrare in sala parto. Col cuore piccolo la saluto. Alle 6.48 sento il pianto da dietro la porta. E' lei. La conferma arriva dieci minuti dopo. Una dottoressa sorridendo mi dice: è nata Matilde.
Alla fine tutto si è risolto nel migliore dei modi. Troviamo stanza, medici e personale paramedico straordinario. E soprattutto grazie ad una struttura ospedaliera come l'ospedale Civico di Palermo abbiamo la possibilità di stringere tra le mani la nostra piccola Matilde Maria. Perché Maria? Ve lo racconto nel prossimo post.

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